Le malattie cardiocircolatorie rappresentano, come è noto, la prima causa di morte nei paesi occidentali. I fattori scatenanti di questa ecatombe sono molteplici e, sebbene talora vi siano all'origine componenti genetiche ancora tutte da studiare, sono da ricondurre prevalentemente a uno stile di vita fortemente insalubre. I principali imputati sono stress, cattiva alimentazione (sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, quindi sovrappeso), fumo e vita sedentaria. Non dimentichiamo infatti che il corpo umano è una macchina ideata per il movimento destinata ad andare incontro anche a una sorta di usura da ipocinesia. In linea generale possiamo dire che la medicina contemporanea si trova sempre più spesso a dover affrontare malattie di tipo cronico-degenerativo che non acute, come ad esempio accadeva a cavallo tra i due secoli precedenti per le infezioni. Questo ha comportato un graduale , ma inevitabile mutamento di atteggiamento nei confronti del malato da parte delle strutture sanitarie che sempre più spesso si trovano deputate non tanto, e comunque non solo, a salvare la vita delle persone, quanto a restituire loro una qualità della vita il più possibile vicina a uno standard di cosiddetta normalità. La casistica delle malattie cardiovascolari, quando se ne possa disinnescare il potenziale di morte, rientra perfettamente in questa ottica di filosofia medica. Così, mentre fino a pochi lustri fa, un infartuato o comunque un malato di cuore era destinato a una vita fortemente invalidata fino al limite di una condizione quasi vegetale, la tendenza attuale è quella di tentare, nei limiti del possibile e dei danni non reversibili eventualmente arrecati dall'episodio cardiaco, una riabilitazione la più completa possibile. Niente più interminabili convalescenze a letto dunque, ma movimento. Se ci si pensa infatti è l'uovo di colombo, giacché, attraverso questa pratica, non si fa altro che agire coerentemente con quella che è e rimane la funzione del cuore: contrarsi. Abbiamo visto così fiorire centri per la riabilitazione cardiaca (nel 1995 ne erano stati censiti 105). E i risultati sono spesso incoraggianti. Tanto da tentare una reintroduzione del malato nella vita normale, cosa che passa anche una possibilità di attività fisica, più o meno intensa, in special modo per le persone anziane. Per fare questo è necessario tuttavia combattere quelle stesse cause che hanno portato alla patologia cardiovascolare: si tratta quindi di intervenire sullo stile di vita, andando a modificare gli atteggiamenti dannosi e quei comportamenti che possono causare problemi.
Entrando ora nello specifico di ciò che ci riguarda da vicino, possiamo dire che l'attività più indicata per l'anziano che avuto problemi di cuore è una moderata e progressiva opera di mobilizzazione. Questo significa, in termini pratici, che bisogna iniziare con un lavoro di allungamento in eccentrico, comunemente detto stretching, per recuperare una mobilità articolare la più ampia possibile, in maniera tale da poter eseguire tutti i gesti senza rischio di infortuni osteomuscolari. A ciò va accompagnata una programmazione mirata e progressiva dal punto di vista dell'allenamento cardiovascolare. A questo scopo si possono utilizzare vari strumenti, come step, cyclette o runner (tappeto per camminare o correre). Il mio invito è ad utilizzarli tutti alternandoli, in maniera tale da riprodurre i vari eventi della vita quotidiana: salire le scale, andare in bicicletta (per chi è solito farlo), camminare. E' fin troppo evidente che l'approccio debba essere graduale progressivo e costantemente monitorato attraverso l'uso di un cardiofrequenzimetro, una semplice fascia toracica, che attraverso degli appositi sensori è in grado di rilevare su un display la frequenza cardiaca di chi la indossa. Si può partire con un lavoro di soli dieci minuti alla cyclette, che dal punto di vista dell'impegno muscolare è la più blanda dei tre, e nell'arco di circa otto dodici settimane, incrementarlo fino a trenta-quaranta minuti di lavoro che può variare tra il 50 e finanche il 60% della frequenza cardiaca massima teorica. Il metodo più semplice di calcolare, in maniera empirica la frequenza cardiaca massima teorica è quello di avvalersi della formula: FC max teorica = 220-età. E' una formula di semplice utilizzo, abbastanza valida che però non tiene conto di una variabile piuttosto importante, la frequenza cardiaca del soggetto a riposo, parametro questo che può influenzare il risultato sotto sforzo. Esiste per questo la possibilità di utilizzare una formula più complessa, ma più completa, la formula di Karvonen: [(220-età-FC a riposo) x %uale di lavoro] + FC a riposo, il che significa ad esempio che il signor Mario 65 anni, FC a riposo 60, per lavorare al 50% della FC max teorica dovrebbe stare intorno a: [(220-65-60) x 50/100] + 60 = 105/110 battiti al minuto. In questo modo si porta il cuore, attraverso un graduale ma continuo stimolo allenante a migliorare la propria contrattilità e gittata. Nota: nel controllo della frequenza cardiaca raggiunta sotto sforzo è bene tenere presente che, qualora il soggetto sia in terapia con farmaci betabloccanti, questi possono abbassarla anche di un buon 25% rispetto alle condizioni reali.
All'allenamento cardiovascolare va successivamente aggiunto un graduale e progressivo lavoro di tonificazione muscolare realizzato attraverso l'uso di carichi ridotti (circa il 30-35% dei massimi teorici) e un numero di ripetizioni elevato: 15-20. In questo ambito è bene privilegiare esercizi poliarticolari, che mettono in movimento contemporaneamente più articolazioni e distretti muscolari e riproducendo, per quanto possibile attività della vita quotidiana, quali ad esempio il sedersi o poggiare un oggetto sopra un mobile. Una scheda dovrebbe prevedere un esercizio per gli addominali, quale il crunch (sollevamento delle spalle da terra in posizione supina), uno per gli arti inferiori (piegamenti sulle ginocchia) e un paio a scelta (di cui uno di spinta e l'altro di trazione) per il tronco e gli arti superiori. Questa routine va aggiunta alla precedente per un totale di seduta di circa 50-55 minuti che si possono nel tempo ripetere circa tre volte a settimana. Gli esercizi di tonificazione non vanno sottovalutati in quanto collaborano al miglioramento delle condizioni cardiovascolari partendo dalla periferia: essi infatti, svolti nelle modalità sopraindicate, favoriscono la vascolarizzazione e la capillarizzazione dei tessuti, riducendo quindi tutta una serie di resistenze periferiche alle quali il muscolo cardiaco potrebbe andare incontro nel suo lavoro. Questo consente anche un maggiore controllo della pressione arteriosa che nei casi di una minima alta rappresenta un grosso fattore di rischio cardiaco. Il duplice intervento sul corpo, centrale e periferico, tuttavia potrà non essere sufficiente per il raggiungimento di uno standard di vita migliore se, per questo non ci si adopererà per un modo di vita diverso, più rilassato (naturalmente anche nell'approccio al movimento che non deve essere assolutamente competitivo con se stessi o, peggio ancora con il proprio passato), più sano, più orientato verso una condizione di benessere psichico e fisico nonché verso un recupero psicologico e sociale dell'anziano.
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